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Castelmezzano

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cave
I terreni più antichi che affiorano sulla Murgia, lungo i fianchi della gravina sono rappresentati da calcari del Cretaceo “i calcari di Altamura”, che costituiscono il basamento della regione. Sui calcari poggiano le calcareniti, rocce sedimentarie del pleistocene inferiore ricche di frammenti dell’antica fauna fossile marina. Le molteplici fratture di questi terreni favoriscono i crolli e gli scivolamenti di masse rocciose che contribuiscono a dare al territorio un aspetto selvaggio. Furono proprio i crolli e i massi rocciosi che diedero il nome sassi agli antichi rioni. Vi sono vari tipi di calcareniti, dette volgarmente “tufi” perchè facilmente lavorabili e utilizzate nelle costruzioni. Dapprima una facciata in muratura realizzata con gli stessi tufi ricavati dallo scavo chiudeva l’apertura della grotta, poi un edificio con finestre e balconi fu addossato alle grotte. Passeggiando per le vie del centro storico si può notare come la lavorazione di questa pietra ha caratterizzato tutta la storia della città. Oltre alle facciate delle case, sono ricavate con conci di pietra, i muretti di recinzione, i fregi, i capitelli e i rosoni delle chiese romaniche, il bugnato e le logge dei palazzi barocchi e ogni altra cosa. Nel cinquecento si realizzarono importanti opere d’arte in pietra policroma, statue di santi e madonne, ed un eccezionale presepe ispirato alle grotte e agli abitanti dei Sassi. Nel seicento a causa del forte incremento demografico della città nasce l’esigenza di estrarre materiale anche al di fuori del centro abitato. Questo giustifica l’elevato numero di cave nelle zone limitrofe della città. Molte sono abbandonate e mostrano solo enormi massi residui e segni sulle ripide pareti, altre sono ancora attive principalmente per il restauro delle case dei sassi. Le cave più antiche sono nel territorio di Montescaglioso e risalgono al periodo greco. Il colore può variare dal giallo pallido, al bianco-grigio a seconda del luogo di estrazione. È un materiale molto poroso che subisce l’azione erosiva degli agenti atmosferici. Con le piogge e il variare della temperatura e dell’umidità manifesta un progressivo deterioramento nella sua parte esterna e superficiale. Il blocco di tufo locale veniva ricavato a mano staccando dai costoni grossi blocchi quadrati con picconi a punta e penna e grossi cunei. Col piccone si tracciava la “carrassa”, una linea retta che faceva da guida per tutta la giornata per ottenere pezzi delle stesse dimensioni, guai a sbagliare, era un lavoro di forza e precisione. Il cuneo veniva inserito nelle fessure e poi con un martello si colpiva più volte finchè non cadeva un blocco. A questo punto avveniva la squadratura, i blocchi venivano lavorati a mano per ottenere la forma e la misura desiderata e levigati in superficie. Ogni operaio riusciva a cavare in media al giorno 40 o 50 pezzi di tufi gia ordinati sui carri o pronti per partire a dorso di muli. Oggi il materiale lapideo si estrae con seghe a motore che realizzano blocchi di misura standard, con precisione e velocità. La pietra è utilizzata principalmente per il restauro delle case dei sassi, per rivestimenti ed interni e non mancano scultori raffinati. La pietra calcarea invece viene rotta con gli esplosivi ed estratta per la produzione del cemento e della calce, utilizzata soprattutto per intonaci. Per produrre la calce bisogna cuocere la pietra calcarea, detta anche “pietra viva” che a contatto con l’acqua, sprigiona calore e comincia a ribollire e prende il nome di “calce viva”.