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sant'angelo e santa maria

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cisterne
L’elemento primo ed essenziale per la vita e la sopravvivenza dell’uomo è l’acqua. Sin dai tempi più remoti l’uomo ha frequentato la murgia, i sassi e le gravine per gli anfratti naturali che costituivano un sicuro riparo e per gli affluenti tributari del torrente gravina che assicuravano l’approvvigionamenti idrico necessario alla sopravvivenza. I villaggi trincerati neolitici, disposti ad una distanza di circa 400 metri l’uno dall’altro, seguono il corso dello Iesce, uno degli affluenti del torrente gravina, fino allo Iurio, un laghetto naturale d’acqua perenne, nei pressi della città. Un piccolo laghetto d’acqua doveva essere ai piedi della collina argillosa del Castello, sul pianoro che sovrasta i rioni sassi, in prossimità nell’attuale piazza san Francesco, dove pure si rintracciano buche per pali di capanne del periodo neolitico e fosse circolari. Le acque che scendevano dalla collina del castello, per via della natura argillosa del terreno e per i fenomeni di ruscellamento, crearono a valle due profonde imbuti carsici con profonde incisioni e terrazzi di erosione dove in tempi remoti si svilupparono il sasso barisano e il sasso caveoso. Queste acque furono ben presto canalizzate attraverso acquedotti, cunicoli sotterranei che alimentavano le grandi cisterne pubbliche dette “palombari”, riserve idriche per l’intera comunità. Anche le fontane erano alimentate da acquedotti ipogei, la più antica si fa risalire al 1351. Se per l’acqua potabile si ricorreva ai palombari e alle fontane pubbliche, per gli altri bisogni si faceva uso, dell’acqua delle cisterne scavate in ognuna delle case dei sassi. E quando d’estate anche questa si esauriva si era costretti a scendere giù alla gravina e riempire le brocche dallo Iurio, così come si faceva all’origine della vita dell’uomo. Sfruttando la pendenza del terreno attraverso piccoli canali di scolo e poi dal tetto delle case, attraverso grondaie di terracotta realizzate artigianalmente, l’acqua veniva convogliata nelle cisterne intonacate a “coccio pesto”, tritando i cocci dei vasi rotti mescolati con una malta locale a base di calce. Oltre alle case anche i cortili esterni erano attrezzati di cisterne dalle quali attingeva l’intero vicinato. L’arrivo della condotta idrica nel 1926 portò l’acqua in tutti i rioni e così furono dislocate fontane in ghisa a distanza di circa cento metri le une dalle altre finche l’acqua non fu resa disponibile in tutte le case. I sistemi di raccolta più complessi si rintracciano nei cortili dei palazzi baronali, nelle masserie e nei monasteri di Matera e di Montescaglioso. Nell’abbazia di San Michele Arcangelo a Montescaglioso, si rintracciano almeno una decina di cisterne. Alcune sono nelle cantine scavate sotto il monastero e talvolta raccolgono acqua sorgiva. Anche la Murgia è disseminata di cisterne. Alcune sono dette a condensazione e hanno una copertura a forma di tetto con conci di pietra, altre sono come quelle dei sassi, scavate nella nuda grotta oppure ai piedi di una parete rocciosa cosicché l’acqua possa scendere durante i periodi di pioggia. Le fontane invece sono poste nei punti in cui si intercettano le falde acquifere.