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Montescaglioso - Abbazia

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sassi e magia

Forme ideologiche, come il pregiudizio, la credenza negli spiriti e la superstizione, caratterizzarono la vita sociale fino alla metà del nostro secolo, coinvolgendo in special modo le donne, che praticavano la magia popolare contadina la cui efficacia era sempre condizionata dalla segretezza del rituale. Con l’aiuto della preghiera e la pratica dello sbadiglio si scacciava “la paura” e “l’invidia”, che si riteneva emessa da uno sguardo malefico, “l’affascino” ovvero “il malocchio”, in grado di tramutare l’odio in pericolose negatività. Nelle avversità e contro la cattiva sorte si imprecava “la giustizia” e si invocava con l’aiuto della preghiera “l’angelo della buona nova”, e si interpretavano le voci del vento e i segni del destino. Alcuni ricorrevano al “cartomante” o al “vecchio indovino” che leggeva le carte e interpretava l’almanacco, in cui erano registrati giorni, mesi, fasi lunari, eclissi e previsioni per il futuro. Altri si affidavano alla “alla fortunella”, un personaggio misterioso che portava a tracollo una gabbia con un pappagallino che beccando sceglieva il foglietto col messaggio del destino. Un mondo magico, fatto di “sensitivi” e “rabdomanti” che roteando “la bacchetta divinatoria” individuavano corsi d’acqua e minerali preziosi nel sottosuolo. L’abate Alberto Fortis nel 1789 nel suo “Viaggio nel Regno di Napoli”, osserva le forme di delirio più diffuse: “il morso della tarantola” e “la licantropia”. I “tarantolati”, soprattutto d’estate coperti di tralci di vite e di nastri rossi, si vedevano ballare per le strade senza interruzione, mentre i licantropi detti “lupombi” nel gergo comune, durante la notte, lanciavano nell’aria urli spaventevoli, rotolandosi nel fango e avventandosi contro coloro che avevano la sventura di trovarsi sul loro passaggio. Nell’oscurità della notte nei vicinati si aggiravano “spiriti immondi”, “malombre” e “monacelli”, anime senza corpo, che prima intrecciavano le code degli armenti per dispetto ai contadini e poi seduti sullo stomaco delle loro vittime ne causavano l’insonnia. Si diceva che chiunque fosse riuscito a togliere il cappello al “monacello” avrebbe potuto chiedere persino un ricco tesoro in cambio. La povertà era tale che la speranza era davvero appesa ad un filo. Tra tutte le paure, quella che ha lasciato un segno indelebile nelle espressioni tipiche del linguaggio comune, è quella dei “vermi” ai bambini, ritenuti la causa del senso di vomito. Si dice infatti ancor’oggi nel linguaggio parlato “hai i vermi in testa”, oppure “sei verminoso”, “hai i vermi alle mani” per dire a qualcuno di avere strane idee per la testa e per rimproverare chi ha rotto qualcosa sbadatamente. Per combattere i “vermi”, le nostre nonne preparavano per i maschietti collane artigianali fatte con tanti spicchi d’aglio, o con una zanna di cinghiale che forata in tre punti era appesa al collo come fosse un potente amuleto, per le femminucce un sacchetto di prezzemolo da portare sotto il vestito appiccicato alla maglia interna.